Giuseppe Magini

Da Accademia degli Oscuri.
Cognome e nome dall’Accademico (o dagli Accademici o degli Amici dell'Accademia) "ADOTTATORE/I di questo personaggio

Nome , cognome del personaggio : GIUSEPPE MAGINI

Pseudonimo, soprannome o diminutivo

Luogo e data di nascita 30 luglio 1851 Torrita

Luogo e data del decesso 21 febbraio 1916 Roma

Genitori

Figli

Fratelli , o parenti importanti

Eventuali discendenti o parenti attualmente in vita

Araldica : (descrizione stemma /armi della casata o se possibile immagine )

Attività, professione, mestiere o altro[modifica]

Titolo di studio, titoli onorifico, encomi, riconoscimenti pubblici

Storia del personaggio :Giuseppe Magini Nacque a Torrita, ma da quasi cinquant’anni l’aveva lasciata per stabilirsi a Roma dove morì. A Torrita non faceva che visite fuggevoli; io l’avrò visto quattro o cinque volte. Tuttavia egli è un nostro concittadino e, per l’alto ufficio che tenne nell’insegnamento, può dirsi il più eminente dei “ragguardevoli” torritesi del secolo XIX. Egli merita dunque una larga menzione in questi appunti: Tolgo i seguenti cenni da un opuscolo commemorativo preparato con devoto amore dall’egregio suo figlio Umberto. L’uomo Ricordare, sia pure in disadorne e fuggevoli note, Giuseppe Magini, è per me un rinnovato dolore, ma anche un onorifico incarico onde son debitore all’affetto del suo carissimo figlio Umberto. Perché la devozione, la stima, l’amicizia che mi legarono, dal 1875, a Giuseppe Magini, non solo non vennero mai meno, nel volgere di oltre quarant’anni, ma si afforzarono nella maturità, smentendo così il classico detto di Curzio: firmissima est inter pares amicitia, perché non era il Di alcuni ragguardevoli torritesi del secolo XIX 34 caso, davvero, di parità così vasta e così profonda era la cultura dell’uomo che abbiamo perduto. Ma, bontà sua, tanto ero io lieto dell’apprendere da lui, per quanto egli affettuosamente e liberamente prodigava il suo sapere, contento di diffondere quelle verità cui aveva dedicato tutte le sue sempre rinnovate energie. Di Giuseppe Magini, data la parentela dal lato materno, si sarebbe voluto fare un buon sacerdote. Ma a ciò non lo portavano le sue tendenze. Nella maturità del suo ingegno, il Magini, fu pensatore libero nel più alto e nobile senso della parola, quanto dire, alieno da ogni conventicola, per quanto tollerante delle opinioni altrui. E adorò la Natura di cui sentì tutto il fascino. La contemplazione delle solitudini montane o dei suggestivi spettacoli del mare costituivano, durante le vacanze, il riposo del nostro Magini dalle non lievi fatiche dell’insegnamento. La cerebrazione, direi quasi, polemica del Nostro aveva due fuochi centrali: le disarmonie della Natura – e io ricordo il suo entusiasmo per il libro di Metchnikof – e le argomentazioni contro il socialismo materiale di buon senso, di naturalismo scientifico, e di storia. Pronta la concezione, facile, corretto; anzi elegante l’eloquio. E nell’eloquio ausilio potente gli era la sua favella senese, così ricca di forme nella sua semplicità, così plastica e graziosa nella frase, così precisa nel vocabolo. E qual parlatore egli fosse dalla cattedra ricorderanno per molti anni le folle di medici e di studenti, che ebbero la gran ventura di averlo maestro; ricorderanno i suoi valorosi assistenti che collaborarono con lui nell’insegnamento. Perché il Magini era nato professore. E per la sua cattedra e per il suo gabinetto d’istologia e di fisiologia generale sentì non soltanto lo zelo; ma quasi un culto che tenne vivo alimentandolo di un quotidiano nutrimento di sapere, seguendo i progressi di tutte le scienze esatte cui era per natura d’ingegno portato. Onde egli si piaceva di tenersi al corrente di ogni ramo di scienza, pur coltivando profondamente tutte le branche della biologia. Né credo di esagerare affermando, per esempio, che pochi biologi saprebbero, al pari del Magini, passare dalle ricerche istologiche al maneggio dei più recenti congegni d’ elettro-fisica. Chi correttamente parla, correttamente punteggia; quanto dire flette la voce, ferma la frase e la riprende come vuole il pensiero che deve essere espresso. E il nostro Magini, anche ragionando in famiglia, era così esatto nel giro della frase e del periodo, nella opportunità delle pause, che i suoi figli Lucia e Umberto, mentre egli parlava, col cenno delle dita punteggiavano il discorso paterno. Per Giuseppe Magini, o nelle cose di famiglia o nelle sue occupazioni Di alcuni ragguardevoli torritesi del secolo XIX scientifiche giornaliere, la precisione non era mai troppa, perché «essere precisi significa risparmiar tempo nel non disfare il già fatto;significa finir presto ciò che si è cominciato», come osserva giustamente Lucano: nil actum credens quum quid supereiset agendum (parendogli nulla aver fatto se qualcosa restasse a fare). Culto del tempo, dunque, e odio delle feste obbligatorie, perché molte volte, gli facevano lasciare in asso le sue esperienze. Il nostro amico avrebbe voluto per tutti il riposo metodico giornaliero da sostituire a quello domenicale, che si converte in crapula per la maggioranza dei lavoratori. Il Magini, acerbo nemico dei nottambuli, fu un impenitente mattiniero, e anche in pieno inverno, di buonissim’ora, era nel suo laboratorio di via Depretis. Ma se i molti che lo avvicinarono poterono apprezzare le belle doti del Magini, pochi sanno come, pur non conoscendo una nota musicale, ei fosse un appassionato musicofilo, non solo, ma uno squisito esecutore al pianoforte. Nel 1875, o in quel torno, egli abitava in una modesta stanza in via della Consulta. Ho vivo, ne’ miei ricordi, il nido del giovane laureato e rivedo sempre una vecchia fisarmonica, conforto e riposo del povero Magini, perché con essa si divertiva a riprodurre, a orecchio, e con mia grande meraviglia, la musica sentita a teatro poche ore prima. E non potrò mai dimenticare come l’amico, allora appassionato studioso di astronomia, decisosi una mattina a costruire un cannocchiale per osservare la luna, al primo quarto, mi trascinò per tutta Roma per fare gli acquisti necessari alla costruzione del cannocchiale. La sera, dalla stanzetta che guardava il giardino Pallavicini, noi potemmo ammirare le meraviglie del firmamento. Innamorato di Beethoven, conoscitore della storia della musica, non solo, ma dei vari strumenti e della tecnica di costruzione, al Magini toccò la gran ventura di avere in tre delle sue figliuole altrettante distinte musicofile: Lucia una perfetta pianista, diplomata dal r. Liceo di s. Cecilia, Adriana una splendida voce di soprano, Anna una graziosa e impeccabile violinista; di guisa che il riposo serale del Nostro, nel seno della sua patriarcale famiglia, era allietato da veri concerti di musica classica onde il Magini era veramente felice. Perché, ove il riposo fosse consacrato a frivoli passatempi e a giuochi di società, gli era insopportabile, quando la indifferenza delle maggioranze di fronte ai grandi problemi della scienza e della vita. Amò il ciclismo, esercitato con le dovute cautele, quale mezzo economico di “turismo”, e il cinematografo quando riproduca le meraviglie Di alcuni ragguardevoli torritesi del secolo XIX della natura morta, i costumi e l’anatomia degli animali, i segreti della fisiologia, i miracoli delle industrie; quando, insomma, non esponga “trucchi” o drammi a base di criminalità, e si proponga, invece, uno scopo istruttivo e moralizzatore. Le ricerche più recenti dell’attività scientifica multiforme del Magini si svolsero sulle differenze tra la materia vivente e l’inorganica, campo vasto e difficile all’industre solco dello scienziato, e che racchiude in se e in gran parte «l’enorme mister dell’universo». Di Lucrezio Caro fu entusiasta ammiratore. Fra le sue letture predilette, e presso che quotidiane, il Leopardi. Ho sott’occhio una vecchia edizione leopardiana, contrassegnata ne’ margini con maggiore o minor vigoria grafica a denotare la gradazione di assentimento alla filosofia leopardiana. Data l’organicità e, quindi, la coerenza profonda della mente del Magini, date le sue convinzioni, frutto del suo temperamento e de’ suoi studi, era naturale che il concetto della vita e la condizione miserrima dell’uomo di fronte all’universo, espressi nella poesia del grande recanatese, fossero del Nostro toto corde, approvati; come era naturale che le riproduzioni dei quadri della natura, onde si compiace il poeta, trovassero nel Magini un caldo ammiratore. Io sono dolente di non potere riprodurre, epilogo a queste mie note modeste, l’elogio che di Giuseppe Magini ebbe a pronunciare sulla sua bara il Rettore magnifico della r. università di Roma, prof. Tonelli, presenti tutto il corpo accademico e uno stuolo innumerevole di amici del defunto maestro. Non del solo sapere dell’estinto toccò l’illustre Rettore, ma della bontà dell’animo che a tutti lo rese caro. E con nobili parole disse il vero. Di quale e quanto affetto l’impareggiabile nostro amico circondasse la sua famiglia - soprattutto la sua Carolina, che gli fu amorosissima compagna per trent’anni – e la lontana figliuola Maria, squisita pittrice e madre fortunata di quattro bei bambini, con quanta soddisfazione ci vedesse crescere il suo Umberto, allievo e collaboratore, tutto dedito agli studi e degno del paterno nome; come una recente sciagura, colpendolo nell’affetto di padre, ne devastasse la fibra, sarebbe troppo lungo narrare. Modesto con tutti e sempre, schivo di onori, di onorificenze e di popolarità, ricordava meco spesso il detto di Victor Hugo: La popularitè c’est la gloire en gros sous. E la gloria non ambita da lui gli avrebbe sorriso, oltre il “nome che più dura e più onora”, se la morte non lo avesse spezzato. Povero Magini! Il suo vecchio Leopardi, nell’ultima pagina della copertina, ha un appunto, di suo pugno scritto a lapis: Di alcuni ragguardevoli torritesi del secolo XIX Saint–Saëns, op. 28. Rondò capriccioso per violino e pianoforte. Un numero di programma per le sue dilette Lucia e Nannina! Ironia della morte, chiusa tra le pagine leopardiane? Eppur no: voce d’oltre tomba, desiderio di pace, saluto estremo, quella pagina respira del suo respiro... Per lei si vive con l’amico estinto E l’estinto con noi... Roma, ottobre 1916. Romolo Prati (Romolo Prati era figlio di Giovanni. Nota di G.G.) L’insegnante Fece i primi studi, equivalenti al ginnasio d’oggi, nel collegio vescovile di Pienza, e nel 1896, cioè a soli 14 anni, vinse a Siena il concorso Mancini per gli studi classici, ottenendo l’annesso premio annuo di ₤ 600 per cinque anni. Il Magini fu, a Pienza, allievo prediletto del mio zio don Ferdinando quando v’insegnava matematica e filosofia. Ricordo di aver veduta una fotografia del mio zio insieme al Magini giovinetto, anche lui vestito da prete. – Un altro ricordo di quell’epoca: quando fu fatto il nuovo pulpito nella collegiata di Torrita dal bravo maestro falegname Giovanni Landi, il Magini scrisse un versetto della sacra scrittura in greco e uno in latino nel libro dei sigilli aperto, che è intagliato sul davanti del pulpito stesso. Nel 1867 andò a Roma e studiò al Collegio romano, dove conseguì il titolo di baccelliere. Da lì passò alla università pontificia di Roma, iscrivendosi alla facoltà di medicina e chirurgia, quando la clinica medica era diretta da Guido Baccelli che da allora e per tutta la vita lo stimò, onorandolo di affettuosa amicizia. Nel 1875 si laureò con pieni voti e lode, e la sua tesi fu stampata. Nel 1876 concorse a Siena al posto Biringucci, ottenendo l’“accessit”. Nel 1877 ottenne, per concorso, il posto di chirurgo sostituto negli ospedali di Roma ed esercitò per un triennio. Nel 1880 fu chiamato dalla Commissione dei detti ospedali al delicato ufficio di ispettore sanitario nell’arcispedale di s. Giacomo in Roma, ma tenne tale ufficio solo per un anno, lasciandolo involontariamente per dedicarsi allo studio della istologia e della fisiologia. Divenne così assistente universitario nel r.istituto di citologia e fisiologia generale in Roma (1° decembre 1881) e restò tale sino al 1893, potendo in tal modo accudire ai suoi studi preferiti, pur esercitando la Di alcuni ragguardevoli torritesi del secolo XIX libera professione di medico–chirurgo. Il 23 gennaio 1887 fu nominato socio ordinario della r. accademia medica di Roma. Il 14 febbraio 1894 fu nominato professore straordinario d’istologia e fisiologia generale nella r. università di Roma e direttore del relativo gabinetto sperimentale. Il 25 maggio 1895 ebbe nomina prefettizia ad ufficiale sanitario. Dal 1900 al 1910, l’incarico universitario del corpo di tecnica microscopica. Il 1° decembre 1902, la nomina a professore ordinario d’istologia e fisiologia generale nell’università di Roma. Dal 16 ottobre 1912, l’incarico universitario della zootecnia (?). Altre notizie Giuseppe Magini iniziò nel 1884 una collezione di preparati micro e macroscopici d’istologia normale e patologia e vi lavorò per 32 anni, rovinandosi la vista al microscopio. Si afferma che sia riuscita una collezione veramente preziosa; egli la considerava come il suo vanto maggiore. Il 6 giugno 1880, per una difficilissima operazione chirurgica eseguita nell’ospedale di s. Maria della Consolazione in Roma, ricevè dal Re Umberto, “come attestazione di stima per le distinte ed affettuose cure prestate”, un ricco gioiello fregiato dell’augusta iniziale in brillanti. Il 25 febbraio 1902 fu nominato cavaliere della corona d’Italia; il 24 giugno dello stesso anno, cavaliere dell’ordine Mauriziano. I funerali, austeri, avvennero in Roma, a cura dell’università degli studi, nel pomeriggio del 22 febbraio 1916. La salma venne tumulata al Verano. Giuseppe Magini scrisse molto; però lavorando per la intima soddisfazione intellettuale più che per la gloria, molti lavori sono rimasti inediti. Nell’opuscolo commemorativo in principio ricordato si notano circa 60 lavori, fra editi ed inediti, accolti con favore ed ammirazione del mondo scientifico in Italia, in Francia, nella Svizzera e in Germania. Ricordo di aver visto citata l’opera del Magini nel libro del gesuita Franco “Gli spiriti delle tenebre.” L’opuscolo stesso conchiude accennando all’importanza delle dimostrazioni sperimentali che questo dotto e coscienzioso maestro soleva preparare prima di esporre le sue lezioni. In una parola, questo mio compaesano lavorò ininterrottamente per cinquant’anni nel campo della scienza, traendo dal suo lavoro, pur raccolto e silenzioso, frutti preziosi.


Dicevano di Lui[modifica]

Opere o iniziative realizzate

Specifiche frasi particolari e caratteristiche

Aneddoti[modifica]

Biografia[modifica]

Bibliografia[modifica]

Album fotografico :